Ho voglia di pace.

Quando vedo due o più persone litigare ho voglia di pace.

Quando ascolto il racconto di un paziente, che ondeggia tra l’amore che vorrebbe e il rancore che esprime, ho voglia di  pace.
Quando qualcuno si rivolge a me in modo aggressivo, qualunque sia la mia reazione ho voglia di pace.
E infine, quando sento e vedo le conseguenze tragiche dell’odio tra i popoli ho proprio voglia, ma proprio tanta voglia, di pace
Ma proviamo a riflettere.
Il genere umano è solo l’insieme di tante persone.

Un insieme che ha delle sue caratteristiche precipue, che spesso si muove come un solo corpo con manifestazioni diverse da quelle dei singoli che lo compongono.
Forse per questo diversi psicoanalisti si sono allontanati dalla teoria freudiana delle pulsioni che attanagliano il singolo individuo e hanno preferito interessarsi di relazioni che caratterizzano l’insieme degli individui.
Non mi trovo molto d’accordo con le posizioni di questi psicoanalisti, che chiamerò “relazionali” per capirci. Il motivo? A ben esaminarle lasciano il sospetto che l’antico problema della sessualità infantile, che scandalizzò i medici viennesi all’epoca di Freud, sia ancora al centro delle loro resistenze e venga semplicemente nascosto dietro l’esigenza di volgere lo sguardo soprattutto ai rapporti tra le persone.
Con tutto il tempo che ho dedicato alla ricerca della tendenza relazionale naturale io dovrei far parte di questa categoria ma non è così.
Un conto infatti è dire che ogni persona nasce con una sua tendenza a mettersi in rapporto con gli altri, tendenza introversa o estroversa, e sostenere che se questa tendenza non viene rispettata la personalità risulta poi distorta.
Perché la tendenza relazionale è come uno strumento, non è l’oggetto verso cui sono dirette le pulsioni.
Dunque in questo caso nulla vieta di mettere al centro della formazione delle nevrosi il mancato superamento della fase “edipica” (in misura ovviamente variabile).
Altro è dire che l’elemento centrale, cioè l’oggetto verso cui sono dirette le pulsioni, sono i rapporti tra le persone.
Insomma, è ovvio che anche alla base del rapporto edipico c’è un meccanismo relazionale, ma è determinante sottolineare come le pulsioni siano condizionate dalla differenza di genere tra genitore e figlia/o e solo questa crei l’attrazione tra i due della coppia e l’avversione del genitore di sesso opposto.
Se non si mette l’accento su questa attrazione e sulla conseguente avversione si dicono bugie, si raccontano quei tipi di bugie indirette che hanno la caratteristica di deviare l’attenzione o di tacere un dettaglio a favore di un altro.
Giusto come pro-memoria vorrei ricordare il processo di crescita naturale di una persona: nasce, respira e viene nutrita per crescere, impara a controllare gli sfinteri, a stare in piedi, a parlare, a superare gli ostacoli, a mettersi in relazione con l’ambiente in modo da continuare ad esserne protetto finché ne ha bisogno. Poi si riproduce e manda avanti la sua specie come ogni altro essere vivente.
Dunque il focus della crescita è biologicamente la riproduzione: psiche e corpo lavorano istintivamente in questa direzione e solo la mente, come specificherò più avanti, può gestire le pulsioni in modo diverso.
Portando il concetto ai primi momenti di vita, le fasi di crescita, quelle fino ai 2 anni, hanno il loro vertice in quella che Freud descrive come fase fallica, la fase della sessualità infantile, appunto, che non può essere confusa con la fase genitale caratteristica dell’età adolescenziale e adulta.

sorelle 4

Non è tutto. Un altro punto riguarda le altre psicopatologie, quelle più gravi, che risalgano a momenti precedenti la fase fallica.
In questo caso la parte relazionale sembrerebbe assumere una maggiore importanza dal momento che questi tipi di psicopatologie pare abbiano origine dall’insicurezza affettiva dei primi momenti della vita.  Questa insicurezza può essere data dalla mancanza eccessiva della presenza materna, dall’assenza di un sostituto adeguato, dalla presenza di un pericolo incontrollato, come potrebbe essere una sorella o un fratello maggiore, liberi di esprimere la loro gelosia più o meno cosciente. Quando non, addirittura, da tutti questi elementi insieme o da altri simili.
Ogni età della crescita ha la sua funzione e, purtroppo, le sue défaillances. Per esempio, se una persona non è protetta a sufficienza quando ancora non ha gli strumenti per difendersi dai pericoli, cioè quando è molto piccola, le sue reazioni diventano scomposte. Reazioni fatte a caso, in situazioni emotive esagerate rispetto alla sua possibilità di gestirle; in questo caso la sua paura iniziale si trasformerà in angoscia e forse in terrore. E più forte e più lungo sarà il periodo di angoscia, più gravi saranno le conseguenze sulla sua vita futura.
La paranoia è la conseguenza di queste situazioni.
Nella paranoia il soggetto ha la sensazione di essere costantemente in pericolo e ovviamente continua a credere che la colpa sia soprattutto delle persone che dovrebbero proteggerlo. Se poi queste insistono a non farsene carico allora pian piano tutto il mondo conosciuto diventa nemico. O almeno tutto il mondo che rappresenta il primo pericolo grave che hanno incontrato.
In sede di cura c’è una linea di demarcazione ben precisa tra ciò che può essere fatto,
utilizzando la parola e l’affetto della relazione tra psicoanalista e paziente, e ciò che invece non è possibile ottenere con questi mezzi, salvo eccezioni ovviamente.
Se la paranoia supera il livello di controllo dell’io, la persona non riesce ad avere nello psicoanalista la fiducia che serve per operare quel tanto di trasformazione che serve per vivere i rapporti umani.
Se invece c’è un certo controllo, quanto basta perché chiarimenti e interpretazioni siano accolte favorevolmente dal paziente, e l’analista ha l’empatia, l’attenzione e la disponibilità che servono a creare nuovi modelli affettivi, allora la cura ha successo.

Vorrei che fosse chiaro che la condizione di chi è invaso da paranoie è di grande sofferenza, tanto che quasi sempre la conseguenza sintomatica più evidente è uno stato depressivo o maniaco depressivo che mantiene un certo rifiuto per la vita.

Questo a livello individuale.
Ma che cosa succede quando un insieme di individui è preso da un’ansia crescente che pian piano sfocia in paranoia?
I pensieri logici e i sentimenti controllati lasciano il posto alle emozioni
, che sono caratteristiche della fase più arcaica della vita. Le emozioni per loro natura non sono controllate o lo sono solo in minima parte. La paura di un attacco ottiene come reazione difensiva la spinta ad attaccare per primi e in modo più violento di quanto non si presuma che faccia l’avversario.
A quel punto è sufficiente che intervenga un narcisista, voglioso di passare alla storia, che prenda in mano quel gruppo, quella nazione, quell’insieme spaventato e aggressivo ed è guerra. Guerra che parte dal terrore basato su fantasie distorte e sfocia in terrore per le azioni realmente fatte.
Se poi quel narcisista è anche gravemente paranoico alla guerra si aggiungono azioni di sterminio e di crudeltà senza limite, perché senza limite può essere il suo terrore di essere distrutto.
Alla fine di una guerra quasi sempre chi l’ha provocata viene eliminato così da raggruppare su di sé tutte le colpe. Il capo, il duce, il genitore che ha provocato il terrore viene ucciso come rito purificatorio.
Ma che cosa resta nei singoli individui? Una volta che l’insieme si è sfogato, che ha trasformato in morte reale l’ansia di morte, che cosa resta nelle persone che hanno partecipato al rito?
Purtroppo il passaggio all’atto, la trasformazione delle fantasie in gesti reali, non elimina le ansie. Può attenuarle ma è ancora tutto da dimostrare.
Vale per il gruppo e vale per l’individuo. La persona che si trova invasa da fantasie paranoiche non è detto che possa superarle “semplicemente” passando ad un atto aggressivo reale. Le attenua in qualche caso, in conseguenza di una pena, per paura di riceverne una seconda.
Ma la soluzione è la ricerca della pace. In tutti i casi.
Attraverso la psicoanalisi, nelle sue varie forme, per quanto riguarda la singola persona, e attraverso la voglia di stare sempre in pace, per quanto riguarda i gruppi, le nazioni, le comunità.

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