Critica alla psicoterapia cognitivo comportamentale

Critica alla psicoterapia cognitivo comportamentale (prima parte)

Dedico questa riflessione ai giovani che si affacciano alla professione di psicoterapeuta.

Sottolineo che l’argomento riguarda la psicoterapia, non il pensiero teorico che può essere utilizzato in ambiti diversi come la formazione o  la comunicazione in generale.
Anzi, nel campo della comunicazione ritengo che la teoria cognitiva dia un apporto molto valido.
Come nel campo della formazione una certa utilità venga anche dal pensiero comportamentale.
Torno dunque ai giovani che si preparano alla professione di psicoterapeuta.
Rifletto con loro, con tutta la comprensione possibile, perché anch’io ho vissuto, gioito e patito i momenti iniziali: quelli che stanno tra l’euforia di avere conquistato l’ultimo traguardo e quelli di essere tornato sulla linea di partenza.
Quando entra nello studio la prima persona che chiede aiuto e si vorrebbe avere la bacchetta magica, per incidere la prima tacca del sognato successo reciproco.
Capisco quali sono le esigenze di chi è fresco di laurea e come mai abbiano tanto successo le teorie psicologiche che promettono di fornire strumenti semplici, chiari e veloci.
Inizia da questo verbo, il verbo promettere, la mia esposizione.
Prendo come filo conduttore il nome “Mosaico Psicologie”, anche perché si avvicina la data del tradizionale Convegno di fine anno della Scuola di Specializzazione in psicoterapia.
Il convegno annuale è il momento in cui cerchiamo di fare un passo avanti nella teoria e nella pratica psicoterapeutica.
Non ci facciamo illusioni, non cerchiamo false promesse, ci raccontiamo le nostre esperienze. Anche quelle deludenti.
Da tutte ricaviamo un tema su cui confrontarci e il proposito di migliorarci.
Il tema di quest’anno riguarda la possibilità di collaborazione tra due discipline ingiustamente tenute troppo lontane:  la neurologia e la psicoanalisi.
La collaborazione è possibile quando ognuno riconosce le competenze dell’altro. Non quando uno  cerca di fare l’altro.
Avremo tanto da dirci, mantenendo un punto fermo, che sottolineo da subito: riconoscere i meriti di chi ci ha portato allo stato attuale, oltre a quelli di ognuna delle discipline in campo
Chiedo una riflessione su questo perché al convegno si sia già pronti a parlarne.

Istituto Mosaico Psicologie.
Il nome, che oggi è Istituto Mosaico Psicologie, può far pensare che la teoria che lo sostiene, dai primi anni ’70,  sia di fare un bel miscuglio di pensieri e tecniche psicologiche, prese a caso e sistemate alla bell’e meglio.
E’ quello che può aver dedotto la commissione del MIUR quando ha respinto la nostra prima domanda di riconoscimento della Scuola.
E’ quello che mi comunicano indirettamente gli studenti e gli psicologi chi si avvicinano per il colloquio d’ammissione o che semplicemente partecipano alle sessioni dimostrative.
Poi ovviamente cambiano idea, come l’ha cambiata il ministero, man mano che ci conoscono.
In effetti però, mi sento un po’ responsabile di questa accusa, perché nella mia intenzione c’è sempre stato il proposito di conoscere e utilizzare teorie e tecniche psicologiche diverse, per dare il meglio ai nostri allievi e ai nostri pazienti.
Ma non ho mai detto di riunirle tutte, senza cognizione scientifica e senza un obiettivo preciso.
Anzi, credo di essere sempre stato selettivo, anche se a volte ho sbagliato.
Del resto, un mosaico non è l’insieme di tutti i personaggi e gli ambienti dell’universo.
Al contrario, un mosaico è un quadro ben preciso, le cui tessere si uniscono per arrivare ad una figura chiara, precedentemente ideata e progettata.
L’idea di Mosaico Psicologie, scritta già nel primo statuto, è chiara:

  1. fare ricerca, cioè studiare e aggiungere un sapere a quello precedente, per poi sperimentare sul campo;
  2. riunire teorie e prassi psicologiche che siano tra loro compatibili in modo da avere uno strumento più completo possibile a disposizione dei colleghi e dei pazienti
  • La ricerca è iniziata da subito e ha avuto come base la teoria di Jung su introversione ed estroversione, riferiti alla tendenza naturale.
    Ci sembrava, e si è dimostrata, importante per due motivi
    A) fare una psicodiagnosi più completa, capace di misurare il gap tra tendenza naturale e personalità acquisita
    B) determinare la scelta del setting psicoterapeutico migliore, per riportare la personalità vicina alla sua tendenza naturale
  • Esaminare e adottare varie tecniche, sempre compatibili tra loro, ci ha portato a delle scelte che abbiamo fatto avendo un punto fermo: mettere sempre al primo posto i sentimenti che procura allo psicoterapeuta un rapporto psicoanalitico o psicoterapeutico di qualunque tipo.
    In altre parole, dare molta importanza al contro transfert.
    Partire da quello per migliorare il professionista.

Con queste premesse, è chiaro che se dico di essere critico verso qualche tipo di “corrente” devo avere motivazioni molto serie.
Prima di tutto l’assenza di affettività profonda, controllata ed elaborata all’interno del setting.
Non è facile spiegare ad una persona come mai la sento incapace di essere affettiva.
Non è naturale, anzi in molti casi è il segnale di una psicopatologia, ma non voglio parlare di questo.
Se una persona ha rinunciato, anche solo in parte, a manifestare affetto vuol dire che ha dovuto alzare meccanismi di difesa adeguati al pericolo che ha vissuto.
Ma quei meccanismi di difesa sono inconsci, sono nati e sono stati mantenuti per evitare che un certo tipo di esperienze procurassero un dolore ingestibile. Dunque quella persona non può capire quello che dico alla sua coscienza.
Anzi, mi allontana perché ritiene che stia attaccando un suo schema consolidato di “equilibrio”.
Chi cerca di aprire il forziere del materiale latente non può farlo senza il consenso partecipato del soggetto e se il soggetto si sente in pericolo arriva ad essere anche molto scortese.
Insomma un cane per paura abbaia e ringhia, un essere umano per paura usa tutti i suoi mezzi di difesa.
La pratica psicoterapeutica queste informazioni ce le fornisce continuamente: se non abbiamo paura e stiamo attenti.
Ecco dunque uno dei termometri che stabilisce quanto sia lontana la teoria cognitivo comportamentale dal pensiero che ho passato a Mosaico Psicologie.

Senza questa parte profondamente affettiva, simile a quella che passa da un genitore ai figli e viceversa, le tessere del nostro mosaico è come se avessero i lati rovinati, che non riescono ad unirsi tra loro.
Dire ad una persona come agire, invece che accompagnarla emotivamente nel rifacimento della sua vita affettiva, è tutt’altra cosa.

Devo però fare una parentesi che faccia luce sulla straordinaria diffusione  del pensiero cognitivo comportamentale.

Chi è o chi sono quelli che l’hanno diffuso?
Dubito che la responsabilità originaria sia di psicoterapeuti/psicoanalisti,  per il motivo spiegato finora. Chi vive la professione di psicoanalista o psicoterapeuta del profondo, non può svuotare il setting del suo principale fattore di cambiamento: il coinvolgimento affettivo reciproco, portato alla coscienza ed elaborato (transfert).

Allora chi e perché?
Domande retoriche, certo.
Watson, il riconosciuto padre del comportamentismo, inizia la sua carriera universitaria a 27 anni ed ha successo dopo che si è appassionato di etologia.
Per gli amanti dello studio approfondito della personalità la sua vita spiega molto della sua scelta. Al di là però di questo studio, che del resto può essere esteso a tutti, sottolineo che non è partito dalla pratica clinica ma dai laboratori di ricerca e dalle aule dell’università.

Bisogna arrivare vicino agli anni 70 per conoscere il cognitivismo. Lo pensa e diffonde Ulric Neisser.
Professore  alla Branders  University, poi alla Cornell University e infine alla Emory University.
Non psicoterapeuta sul campo, ma docente universitario.
Sono due conferme.
Mentre Freud ha ricavato la sua psicoanalisi dall’elaborazione della sua esperienza clinica, Watson e Neisser hanno ideato comportamentismo e cognitivismo da speculazioni teoriche.
Ci vogliono anche quelle, ma l’importante è capire la diversità.
Da un lato l’importanza delle emozioni, delle pulsioni, delle censure e dei sentimenti, vissuti nel rapporto che riproduce la formazione della personalità, dall’altro quella del comportamento animale o dell’attività del pensiero che dà indicazioni su come correggere pensieri, atteggiamenti e comportamenti con la volontà.
E questa è rimasta la grande differenza.
Quella che per l’Istituto Mosaico Psicologie, e ovviamente per me, ha creato una linea di demarcazione, che ancora oggi è di difficile superamento.

(Alfredo Rapaggi. Fine prima parte)

 



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