Quale violenza

Mi pare abbastanza difficile oggi scegliere quale tipo di violenza meriti la nostra attenzione e i nostri sforzi di combatterla.
Oggi si parla del bullismo a scuola, della violenza di genere, del terrorismo e delle guerre.

Fare una classifica interessa solo a quei media che cercano di conquistare lettori sul tema più popolare, per colpire il maggior numero di persone.

Ma là dove si studiano le origini delle emozioni, per esempio nel segreto dello studio di psicoanalisi o sul palco riservato dello psicodramma, la prima violenza di cui si parla è quella che si sviluppa all’interno della famiglia: i genitori sui figli, poi fratelli sui fratelli.
Una violenza che in passato era anche fisica e che oggi invece, usa maschere più civili  per costringere un carattere naturale ad ubbidire alla morale di famiglia.
Manipolare, denigrare, giudicare, censurare, esigere la perfezione, sottomettere sono alcuni esempi di violenza psicologica, subdola, che la società di oggi accetta, o addirittura autorizza, in ambito familiare.
Nasce da qua la violenza sociale, quella che si propaga verso le scuole e gli altri ambiti sociali dove esistono regole forzatamente accettate.
Come in una pentola a pressione, gli impulsi naturali acquistano una forza tanto più devastante quanto più è compressa dalle censure. e l’energia che dovrebbe servire a superare gli ostacoli può diventare aggressività incontrollata.
Esistono certamente anche tendenze naturali più o meno forti, questo è innegabile, ma la famiglia ha l’incarico, il tempo e il luogo per incidere sul carattere in modo molto importante, se non proprio definitivo.
Il perché se ne parli così poco va cercato nel fatto che gli adulti sono spesso genitori a loro volta, o fratelli, e spontaneamente cercano di allontanare da sé l’accusa di presunte responsabilità.
L’abbiamo visto anche in questi giorni il fenomeno di uomini, singoli o in gruppo, che protestano la loro innocenza di fronte al brutale assassinio di una ragazza.
Alcuni l’hanno gridata, questa loro innocenza, con tale spinta da fare pensare che si sentissero davvero accusati singolarmente.
In effetti, quando accadono fatti di violenza che vengono diffusi coi megafoni dei media attuali, che cercano lo scandalo a tutti i costi, sarebbe doveroso avvertire che le generalizzazioni sono sempre sbagliate.
Dire che tutte le donne sono troie o che tutti gli uomini sono mascalzoni serve solo per deviare l’attenzione dalla singola persona e dal problema più profondo.
Una conseguenza è l’inasprimento del rancore verso una categoria simbolica, usata inconsciamente per coprire una persona che non si riesce ad attaccare.
Ecco perché Freud ha raccomandato di andare alla ricerca dell’origine della violenza dentro le mura domestiche, là dove si formano le personalità.
Jung vi ha aggiunto l’annotazione sulla tendenza relazionale naturale ed entrambi si sono riproposti di ripristinarla, seguendo due strade differenti.
Ma le basi restano nella prima parte della vita.
Poi si può seguire il percorso di crescita e cercare tutte le altre distorsioni provocate dalla società, dalla scuola e da tutti i successivi gruppi che imitano in qualche modo quel primo nucleo protettivo.
Fino ad una nuova eventuale famiglia, che dovrebbe portare miglioramenti.
Il dibattito sociale attuale, che si ripropone come un rigurgito ad ogni fatto troppo doloroso e violento, riguarda l’attribuzione di colpa: se la colpa di quel fatto debba ricadere sulla categoria o sul singolo.
In particolare, la domanda è: è frutto del patriarcato se gli uomini sono violenti, oppure è colpa del singolo padre se un figlio maschio è violento?
In ogni caso la violenza è caratteristica degli uomini?
Obietto che in analisi vengono descritte molte violenze delle madri sulle figlie. Ma il rapporto tra madri e figli è molto più stretto e più subdolo. E’ giustamente rappresentato dal cordone ombelicale. Non sono possibili veri paragoni. Comunque, in questo caso le violenze sarebbero frutto del matriarcato?
Non credo, credo che le tradizioni, la cultura, l’influenza di un determinato ambiente, soprattutto nei paesi, sia variegato. Ci sono certamente tratti che si ripetono e si ripropongono ma poi ogni zona gestisce a suo modo l’equilibrio familiare prima e quello sociale subito dopo.

Gli adulti possono essere genitori veri, ma anche sostituti: educatori, insegnanti, dirigenti, capi di qualche gruppo o simbolici fratelli.
Tutti costoro trovano inconsciamente più facile limitarsi agli esempi eccezionali, soprattutto a quelli che riguardano altri, a quelli che fanno notizia, piuttosto che affrontare il tema in modo da sentirsi direttamente coinvolti.
Allora ecco che una figlia, costantemente denigrata dalla madre, passa inosservata, e pazienza se la sua vita sarà quella di una depressa, o di una ribelle incontentabile. Ovvero di una morta fintamente viva: quella si può sempre nascondere da qualche parte. In fondo la sua ferita non sanguina fisicamente, non è mostrata sui media.
In modo similmente difettoso possiamo descrivere la vita di un figlio maschio membro di questa società che chiamano ancora patriarcale.
La madre è prevalentemente sola nel crescere i figli.
Spesso ne sceglie uno come erede e sostituto psicologico del proprio marito. Quel figlio maschio cresce nella fantasia di essere onnipotente, come la mamma vista da se stesso, e più del padre che sostituisce.  Quand’è così, si comporta di conseguenza mentre gli anni passano. Nel migliore dei casi cercherà una moglie che dovrà riconoscere in lui il migliore sempre; o ricorrerà alle droghe che gli diano questa sensazione a suo comando; nel peggiore dei casi, diventerà violento se qualcuno si opporrà alla sua fantasia delirante, megalomanica.

Apro una perentesi.
La famiglia di oggi, almeno per come la conosco professionalmente, è una strana istituzione in cui un padre, quando c’è, è fuori per la maggior parte del suo tempo. Se è presente si disinteressa dei figli piccoli e ancor di più delle figlie e soprattutto si attiene al volere della moglie per la gestione della casa.
Se parliamo della sola famiglia, per ora, che cosa significa patriarcale? che il padre dà il proprio cognome ai figli. Ma sta scomparendo anche questo. Aggiungo “per fortuna”, perché è la madre che genera davvero i figli, li allatta e li cresce, dunque, è lei che dovrebbe dar loro il cognome e prendersi la responsabilità delle modifiche caratteriali maggiori, quelle che incidono sulla persona ancora molto malleabile.
Chiudo la parentesi.
Entriamo nell’aspetto sociale della violenza. Pare che ci siano 59 guerre attive nel mondo in questo momento, di cui 23 ad alta intensità e 91 ad intensità minore per un totale di 114. Se consideriamo che gli stati riconosciuti nel mondo sono 195 e che una guerra riguarda sempre più di uno stato, pensiamo a quante sono le nazioni in pace.
Ma poi, vogliamo vedere quanta pace c’è all’interno di ognuna delle nazioni ufficialmente non belligeranti?
Mi fermo con i numeri, volevo solo dare un’idea di quanta violenza ci sia e di come sia impossibile metterla tutta in evidenza, anche se ce la propinano in tanti modi.
Le singole persone non possono certo passare il tempo a pensare alle guerre nel mondo, soprattutto perché non avrebbero la possibilità d’intervenire concretamente, quindi, accumulerebbero solo rabbia e senso d’impotenza.

Se adesso facciamo la somma delle guerre mondiali, più le lotte sociali, più le diatribe a scuola o sul lavoro, più le discussioni familiari diventa chiara la funzione dello sfogo rabbioso o depressivo che si osserva quando c’è un assassinio. In quel momento e in quel modo una persona raccoglie con un sol gesto violento la voglia di tutti di scaricare le fantasie inconsce inammissibili.

La sola reazione logica è di riconoscere i nostri conflitti interiori, portare alla coscienza quelli più nascosti, riconoscere la nostra rabbia interiore, abbassarla fino desiderare una rete di relazioni più affettuose e tra quelle scegliere le più importanti per darci le gioie dell’amore.
Augurandoci che ci rimanga del tempo anche per adoperarci nel sociale, dove potremo allargare a macchia d’olio il nostro più vero desiderio di pace.

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